La riforma della responsabilità medica

Approvata da pochi giorni la riforma della responsabilità medica; il ddl Gelli è infatti stato trasformato in legge, in vigore dal 1 aprile 2017.

Scopo della riforma era evitare che la medicina assumesse un connotato “difensivo” a fronte della dalla miriade di cause risarcitorie di cui è stata oggetto – a volte a ragione, a volte con scopi speculativi – negli ultimi anni, il che aveva portato spesso i medici ad evitare interventi chirurgici o trattamenti non previsti dalle Linee Guida pur di evitare un possibile contenzioso in caso di conseguenze negative per il paziente.

Cosa cambia a livello pratico con la riforma? Innanzitutto, il testo normativo prevede che ora il medico che per imperizia provochi un danno ad un paziente non sia punibile penalmente nell’ipotesi in cui abbia rispettato le Linee Guida o le cosiddette buone pratiche assistenziali.

Muta anche il regime di responsabilità civile applicabile: extracontrattuale, nel caso del medico, e di tipo contrattuale per quanto riguarda la struttura ospedaliera. Nel primo caso, incomberà sul paziente che ritiene di aver subito il danno fornire la prova che il medico sia incorso in imperizia o negligenza. Nel secondo caso, spetterà all’ospedale dimostrare di essere esente da colpa.

La riforma prevede anche la possibilità di azione giudiziale diretta nei confronti della compagnia che assicura la struttura ospedaliera e/o il medico per la responsabilità civile.

Chi intenda esercitare in giudizio un’azione risarcitoria dovrà però preventivamente espletare, anche ai fini conciliativi, un procedimento di consulenza tecnica preventiva ai sensi dell’art. 696bis c.p.c. Trattasi di una vera e propria condizione di procedibilità, fatta salva la possibilità di esperire, in alternativa, il procedimento di mediazione ai sensi dell’articolo 5, comma 1-bis, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28.

Al di là della previsione della possibilità di sostituire la mediazione direttamente con un ATP (a vantaggio, anche in termini di tempo, dell’accertamento della responsabilità e dell’entità dei danni lamentati dal paziente da parte di un CTU), la nuova normativa non ha fatto altro che trasformare in legge ciò che la giurisprudenza e la prassi avevano già recepito da tempo. Mi riferisco, in particolare, alla responsabilità di tipo contrattuale imputabile alla struttura sanitaria e alla collegialità (ora prevista per legge) delle consulenze mediche d’ufficio, che in realtà, già per la maggior parte dei casi pratici portati nelle corti, vedevano l’intervento di specialisti ausiliari ad affiancare il medico legale nominato dal Giudice.

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