Le unioni civili e i contratti di lavoro

Succede che a volte la spinta progressista arriva da dove meno te lo aspetti.

E così, è dall’apparato statale – spesso tacciato di poca reattività di fronte ai cambiamenti sociali – che proviene un importante adattamento alla normativa introdotta dalla legge Cirinnà sulle Unioni Civili (Legge 20 maggio 2016, n. 76, pubblicata in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana il 21 maggio 2016).

Nella prima bozza della parte normativa del nuovo contratto per la Pubblica amministrazione centrale, presentata l’8 novembre scorso dall’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) ai sindacati, si prevede che i dipendenti pubblici uniti civilmente potranno usufruire di diritto dei 15 giorni di congedo «matrimoniale». In tal modo, da questo punto di vista, le unioni civili saranno parificate alle nozze per quanto attiene in generale alla concessione dei permessi familiari ed al rapporto di lavoro.

Nel testo della bozza si legge che “Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso di cui alla legge 76 del 2016, le disposizioni di cui al presente Ccnl che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, si applicano anche a ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

La discussione coi sindacati riguarda anche altre proposte, come quella avanzata da UIL in merito al diritto per la donne che hanno subito violenze di usufruire di tre mesi di aspettativa retribuiti (come prevede la legge), prevedendo un ulteriore periodo non retribuito per la lavoratrice che ne avesse necessità.

In caso di conversione della bozza in testo contratto collettivo nazionale, si assisterebbe ad una equiparazione con quanto già avviene nel settore privato sia per quanto concerne il congedo matrimoniale sia per quanto attiene al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso e del trattamento di fine rapporto che, come previsto dall’art. 1, comma 17 della Legge Cirinnà, in caso di morte del lavoratore, spettano di diritto alla persona a cui era unito/a civilmente.

Si ricorda, inoltre, che a tutti gli effetti, in caso di scioglimento dell’unione civile, come avviene in caso di divorzio, l’attribuzione del diritto all’assegno di mantenimento comporta, in assenza di matrimonio o di una nuova unione civile, il diritto per l’ex partner al pagamento del 40% del Trattamento di fine rapporto, maturato negli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con l’unione civile.

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