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Finchè Pillon non ci separi (cioè mai)

Generalmente ci si aspetta che una riforma di legge serva a correggere in meglio aspetti normativi che, per i motivi più vari, non funzionano. A quanto pare, questo non è il caso del DDL Pillon.

Si tratta di un disegno di legge in tema di affidamento e di mantenimento dei figli a seguito di separazione e/o divorzio a firma del senatore leghista Pillon il quale, già dalle esternazioni riportate dalla stampa, non brilla certo per il suo progressismo (“vorrei incentivi per chi non divorzia”, come a dire: scannatevi pure, magari davanti ai figli, ma restate sposati, per la misericordia!).

Il DDL Pillon vorrebbe riscrivere l’attuale normativa in tema di affido condiviso, in vigore dal 2006, secondo la quale in caso di separazione o divorzio i figli minori vengono affidati ad entrambi i genitori (salvo esigenze di tutela del minore) ma, per motivi pratici, collocati di fatto presso l’abitazione di uno di essi, con pieno diritto dell’altro di frequentarli in modo che ne sia garantito uno sviluppo psicofisico equilibrato. In che modo questa normativa (tutto sommato sensata) verrebbe riformata? L’idea portata all’esame del Senato il 10 settembre scorso sarebbe quella di eliminare l’assegno di mantenimento in favore del coniuge collocatario, prevedere il doppio domicilio per il minore ed introdurre la figura del mediatore familiare obbligatorio per un periodo di sei mesi.

L’abolizione dell’assegno di mantenimento al genitore «collocatario» (che nella maggioranza dei casi è la madre) farà sì che ognuno degli ex coniugi provveda direttamente al mantenimento del minore, secondo le proprie capacità economiche. Va da sé che questo provocherà non poche difficoltà soprattutto alle madri, posto che è oggettivamente assodato che in Italia, in media, il reddito di una donna lavoratrice è inferiore a quello di un uomo (sempre che dopo aver partorito lo trovi, un lavoro). Da qui, come sottolineato da molte associazioni a tutela dei diritti delle donne, il pericolo che le richieste di separazione e di divorzio da parte delle donne vengano disincentivate a causa della impossibilità di queste ultime a far fronte alle spese di mantenimento dei figli. Un ostacolo in più – e non da poco – se, in ipotesi, si vuole porre fine ad una relazione violenta.

Quanto all’affido, sempre secondo il DDL Pillon, a meno che i genitori non si accordino in modo diverso, il padre e la madre potranno tenere presso di sé i figli per non meno di 12 giorni al mese ciascuno, compresi i pernottamenti. Tenuto conto che i 12 giorni potrebbero non essere nemmeno consecutivi, non mi pare che questa possa essere una buona soluzione se l’obiettivo è anche – come deve essere – la serenità dei figli. Come se ciò non bastasse a rendere questo DDL un vero e proprio passo indietro, gli incontri con il mediatore, oltre che obbligatori, sarebbero a pagamento.

Come avvocato civilista, la prima cosa che ho pensato leggendo a proposito di questo DDL è che quando due persone decidono di separarsi la conflittualità, per i motivi più vari, è già altissima, e spesso ne fanno le spese i figli. Aggiungere questioni pratiche da discutere con l’ex coniuge tutti i giorni, come nel caso dell’affido paritario dei figli o delle spese di mantenimento da corrispondere direttamente e non al coniuge collocatario, non può che aumentare un contrasto che – lo dice la cronaca – molte volte è all’origine degli episodi di violenza contro le donne.

Insomma, sembrerebbe che lo scopo di questa riforma non sia la tutela dei figli o del coniuge più debole (fisicamente, psicologicamente ed economicamente), bensì del matrimonio a tutti i costi, come istituzione indissolubile. A meno che adeguate risorse economiche non consentano di comprarsi la libertà. Il che, francamente, è in netto contrasto con la parola “diritto”.

 

La vita prosegue per chi resta

Eventi drammatici come quello del crollo del Ponte Morandi a Genova, avvenuto il 14 agosto 2018, suscitano, a ragione, sconcerto e tristezza. Il pensiero va comprensibilmente alle 43 vittime ed ai 9 feriti, tutte persone che il caso ha voluto che si trovassero a transitare sul viadotto (o sotto di esso) proprio nel momento del crollo. Certamente una fine orribile, resa ancora più difficile da comprendere ed accettare dal fatto che nessuno di noi si aspetta certo che gli crolli l’asfalto sotto l’automobile mentre percorre l’autostrada.

I media hanno dato il consueto risalto alla ricostruzione dei profili delle vittime ed alle indagini in corso per la giusta punizione, a livello penale, dei colpevoli. Come sempre in questi casi, chi resta deve fare i conti con l’assenza di chi invece non c’è più. Ed è un’assenza che oltre a devastare a livello personale, può pesare in maniera grave a livello economico. Incidenti come questo, infatti, cambiano per sempre la vita dei cosiddetti superstiti i quali – appunto – devono in ogni caso “sopravvivere”, anche a livello materiale, senza chi è mancato. Al dolore degli affetti persi, si aggiunge talvolta la perdita di un apporto economico o la necessità di cambiare radicalmente la propria vita per andare avanti, e quasi sempre ciò ha un costo.

Si pensi a chi, con la morte del compagno o del coniuge, oltre alla persona con cui aveva pianificato di condividere (auspicabilmente) un progetto di vita a lungo termine, perde il contributo finanziario per il mantenimento della famiglia o per la restituzione di un mutuo bancario o per la condivisione di un affitto. Chi affronta la morte improvvisa di un proprio caro (che può essere anche un figlio, un genitore) è costretto a sostenere numerose spese di cui, a volte anche per pudore, si parla poco: quelle per le esequie, per la costituzione di parte civile nel procedimento penale per l’accertamento delle responsabilità, per le imposte di successione, per la chiusura di attività con liquidazione di soci/dipendenti, per trasferimenti in altre città, in altre case, per rinunce a progetti di studio o di carriera motivati dalla necessità di accettare lavori così da far fronte ai bisogni più impellenti, e così via. Per non parlare delle spese di cura, nel caso in cui si sia sopravvissuti all’incidente.

In queste ipotesi il rimedio lo fornisce il diritto civile attraverso le azioni volte ad ottenere il risarcimento dei danni da parte del responsabile civile (dopo che sia stato individuato) e/o del suo assicuratore, nei casi in cui una garanzia per la responsabilità civile esista per legge o per contratto. Tale risarcimento avrà per oggetto, oltre che il danno da lesione della relazione parentale/sentimentale, anche il danno biologico che può occorrere ai parenti superstiti in caso di ripercussioni fisiche/psicologiche proprie derivanti dalla perdita subita, nonché ogni danno patrimoniale, emergente o da mancato guadagno, ricollegabile causalmente con la morte del proprio caro.

La giustizia civile solitamente fa il suo corso lontano dalle prime pagine dei giornali. Nasce, si sviluppa (di solito, purtroppo, nel corso di anni) e va a sentenza all’interno delle aule dei Tribunali, ma assolve l’indispensabile funzione di compensare situazioni di disequilibrate.

Perché la vita, nel bene o nel male, prosegue per chi resta.

Come lasciarsi, senza lasciarci le penne

Che cosa spinge una persona a diventare un potenziale omicida, come riconoscerla e come reagire? Come togliersi da una relazione pericolosa e come separarsi, quali problemi economici affrontare, come gestire il mantenimento della casa e dei figli? Da dove scaturisce un comportamento bordeline, come si reagisce, quando richiedere l’intervento delle forze dell’ordine?

A questi e altri quesiti si darà risposta, sdrammatizzandone gli aspetti più cupi ma fornendo un quadro completo e chiaro, in occasione del workshop “Come lasciarsi senza lasciarci le penne”, ideato e promosso dall’avv. Federica Brondoni e dalla criminologa Cristina Brondoni, che si terrà sabato 12 maggio 2018, dalle ore 10 alle ore 18, presso Il Lazzaretto, in via Lazzaretto 15 a Milano.

Un vero e proprio percorso “illuminato” capace di fornire informazioni e strumenti adeguati a chiunque si trovi in una situazione analoga o semplicemente per chi voglia saperne di più, per imparare a riconoscere, gestire e chiudere relazioni complicate e a gestire attenzioni non richieste, stalking, violenze domestiche e femminicidio.

Costo: € 35,00.

Per iscrizioni e informazioni: f.brondoni@gmail.com

 

Arbitrato si, arbitrato no

Per i non addetti ai lavori, la parola “arbitrato” può evocare scenari di risoluzione delle liti da parte di non meglio precisati individui saggi e dal fare paterno, seduti in uffici di lusso. Se invece parliamo di “arbitrato internazionale” la fantasia corre a dispute risolte a colpi di sciabola nel deserto di qualche emirato arabo.

In realtà, l’inserimento di una clausola arbitrale in un contratto non è altro che l’esercizio, da parte dei suoi contraenti, della facoltà di sottrarre all’autorità giudiziaria ordinaria la decisione su eventuali controversie che dovessero sorgere dall’esecuzione o dall’interpretazione del contratto stesso, il che può comprendere – banalmente – anche il pagamento del compenso relativo alla prestazione principale dedotta in contratto. Che non è di poca importanza.

Spesso i clienti mi chiedono se nei contratti sia meglio indicare come competente il Tribunale ordinario o prevedere un arbitrato. La risposta non è così immediata e dipende da molti fattori.

Se l’esigenza del cliente è quella di ottenere giustizia in tempi rapidi, sicuramente è da preferire un arbitrato. Le cause civili in Italia – si sa – richiedono qualche anno e molta pazienza (anche se molti Tribunali, grazie al processo telematico, hanno abbreviato i tempi per giungere alla emissione di una sentenza). Ed in ogni caso, nel rito civile ordinario, la parte soccombente può ricorrere prima in appello e poi in Cassazione, il che implica un’ulteriore dilatazione dei tempi, e di conseguenza della certezza del diritto inteso come decisione definitiva. Ciò, tradotto in soldoni per il cliente, significa ritardo nel recupero di un eventuale credito, che può avere ripercussioni, anche significative, sui flussi di cassa e sulle spese legali relative a tre gradi di giudizio, qualora non ne ottenga il risarcimento dalla controparte.

D’altra parte, in caso di contratto  stipulato con soggetto estero, magari di un paese i cui principi di diritto non ci sono esattamente familiari, è preferibile che un’eventuale lite venga decisa da un collegio di arbitri internazionali, in una lingua (di solito l’inglese) comprensibile ad entrambe le parti ed ai loro rispettivi avvocati. Vi sono organismi di arbitrato internazionale (come l’ICC o come la nostra Camera Arbitrale di Milano) che dispongono di arbitri molto preparati e di una procedura snella e veloce.

Il rovescio della medaglia è che la presenza di una clausola arbitrale (o compromissoria) nel contratto, impedisce alla parte che intende far valere una ragione di credito di avvalersi dei procedimenti sommari o d’urgenza previsti dal nostro codice di procedura civile. Come noto, infatti, la clausola compromissoria non esclude la competenza del giudice ordinario ad emettere un decreto ingiuntivo, ma mantiene ferma la competenza del Collegio Arbitrale in merito al (assai probabile) giudizio di opposizione. Questa è ragione per cui, solitamente, ad insistere per l’inserimento di una clausola arbitrale nel contratto è la parte la cui prestazione consiste nel pagamento di una somma di denaro, e cioè – tradotto in pratica – la parte che i soldi li deve dare, a scapito di quella che invece li deve ricevere.

In conclusione, se possibile, prima di decidere se inserire o accettare di inserire una clausola arbitrale in un contratto, è opportuno procedere ad alcune considerazioni pratiche, meglio se supportati da un legale esperto in contenzioso sia ordinario che arbitrale.

L’importanza dei segreti

Capita spesso che nei contratti commerciali si faccia l’errore di dare poca importanza all’aspetto della segretezza.

Alcuni tipi di informazioni giocano, invece, un ruolo chiave per l’attività aziendale. Il riferimento è, ad esempio, a tutte quelle nozioni tecnico-industriali e commerciali che rientrano nel know-how (formule chimiche, processi di produzione, sistemi di distribuzione o di stoccaggio, ecc.) oppure che tutelano la proprietà intellettuale e industriale (brevetti, licenze, ecc.). A volte, specialmente nell’ambito delle start-up, anche un semplice progetto non ancora sviluppato o testato necessita di protezioni particolari…le buone idee fanno gola a tutti…

Per tale motivo, quando si conclude un contratto o semplicemente si svolgono delle trattative che poi auspicabilmente porteranno alla conclusione del contratto, è bene prevedere un patto di riservatezza (in inglese, non disclosure agreement) a garanzia della non divulgazione o del non uso, da parte della controparte o di terzi, di informazioni strategiche.

Per prima cosa, è indispensabile individuare e definire al meglio quali siano le informazioni coperte dall’accordo o dalla clausola di segretezza: a seconda dell’attività imprenditoriale svolta, anche una semplice mailing list può rivestire importanza commerciale assai rilevante, soprattutto se “per caso” capita nelle mani di un vostro competitor….

E’ essenziale anche disciplinare la durata dell’obbligo di segretezza, nel senso di prevederne opportunamente la validità non solo per il periodo di durata delle trattative o del successivo contratto, ma anche per un certo periodo posteriore. Diversamente, nel caso le trattative non andassero a buon fine o il contratto venisse risolto, le informazioni segrete potrebbero circolare liberamente allo spirare del vincolo.

Può accadere che le parti, od almeno una di esse, abbiano interesse a mantenere riservati nei confronti di terzi perfino i contenuti del contratto o l’esistenza del contratto stesso (si pensi all’ipotesi in cui una parte  non ritenga opportuno che l’altra utilizzi l’esistenza del contratto a propri fini pubblicitari). Ovviamente anche ciò può essere oggetto di una clausola di segretezza.

E cosa succede se la controparte non rispetta il patto di segretezza e divulga dati essenziali per la vostra attività? In tal caso è possibile agire nei suoi confronti per il risarcimento del danno. Proprio per scoraggiare violazioni del patto di riservatezza, è sempre meglio prevedere in esso l’applicazione di una penale predeterminata in ipotesi di divulgazioni inappropriate.

 

Lost in translation

In un’epoca in cui il commercio e le transazioni avvengono per lo più on line e travalicando i confini nazionali è essenziale per gli avvocati, siano essi liberi professionisti o inseriti in un ufficio legale aziendale, conoscere la lingua inglese. Soprattutto per i professionisti che hanno a che fare con contratti stipulati tra soggetti appartenenti a paesi diversi.

L’inglese giuridico, o legal english, è cosa ben diversa dall’inglese scolastico o dalle frasi che si usano usualmente quando si viaggia. Richiede la conoscenza di vocaboli e di modi di dire tipici, e in certi casi unici, delle materie giuridiche. Spesso è necessario anche conoscere alcuni istituti della common law, il cui sistema differisce non poco da quello della civil law, che è invece il modello di ordinamento giuridico sviluppatosi nell’Europa continentale a partire dal diritto romano-giustinianeo, adottato anche in Italia.

Una conoscenza poco approfondita dell’inglese giuridico espone il professionista (e, di conseguenza, il suo cliente) a rischi non irrilevanti: la stesura non appropriata di una diffida, ad esempio, o la traduzione (e quindi la comprensione) errata di un contratto possono portare risultati diversi – se non addirittura contrari – a quelli desiderati. Un sorta di effetto “Lost in translation” assolutamente da evitare.

Chi traduce, a fianco di quelle linguistiche, deve disporre di solide competenze di contenuto, tanto più approfondite quanto più settoriale è la materia in cui traduce. La traduzione, per essere corretta, non deve affidarsi unicamente alla lettera del testo, ma deve necessariamente essere supportata da ricerche terminologiche e contestualizzazioni culturali.

Attenzione ai c.d. false friends, ovvero a quelle parole che in italiano hanno un significato mentre in inglese ne hanno un altro. Qualche esempio? “eventually” non significa “eventualmente”, ma “alla fine”; “preservatives” non si traduce “preservativi”, ma “conservanti” (e qui la figuraccia è pesante…); i “parents” sono i genitori, non i parenti!  ed il “dependant” non è il dipendente di lavoro, ma un familiare a carico….

Quindi, guai a semplicemente copiare il testo di un contratto o di un atto su Google Translate, pena – oltre che una figuraccia – un risultato poco professionale e per nulla efficace.

Per maggiori informazioni sul corso di legal english rivolto ad aziende e a professionisti: https://avvfedericabrondoni.com/i-corsi/

Assalto alla diligenza

C’era da aspettarselo un certo effetto “assalto alla diligenza” dopo che la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11504 dell’11 maggio 2017, aveva cambiato idea sull’assegno di divorzio, disponendo che ove il coniuge che ne faccia richiesta sia economicamente autosufficiente, tale assegno non va disposto.

E allora giù, a valanga, un numero impressionante di ricorsi per vedere mutate le condizioni di divorzio laddove, prima di tale sentenza, si prevedeva invece l’assegnazione al coniuge meno abbiente di un assegno divorzile di importo tale da permettergli/le di mantenere lo stesso tenore vita di cui aveva goduto in costanza del matrimonio.

Una sorta di rivoluzione, nell’ambito del diritto di famiglia, a scapito del beneficio di cui avevano usufruito per lo più le donne, per tanti motivi sia culturali (basati ancora sull’idea che la donna si sposa e poi sta a casa a badare alla casa e alla famiglia) sia di mancato raggiungimento delle tanto sospirate pari opportunità (per cui a volte, anche a parità di istruzione o mansioni, in generale una donna inspiegabilmente guadagna meno di un uomo).

A parte i casi eclatanti (vedi al nome Berlusconi, che ha ottenuto che la Corte d’Appello di Milano eliminasse l’assegno di 1,4 milioni di euro da versare all’ex moglie Veronica Lario, ritenuta godere di per sé di una condizione di “benessere economico”, che le consente un “tenore di vita elevatissimo”), sono tantissime le persone comuni che hanno già presentato ricorso per la revisione dell’assegno, rischiando di intasare i Tribunali italiani, peraltro già in cronico arretrato sul contenzioso civile. E non è una sorpresa se si pensa che dai modelli Unico e 730 presentati in relazione all’anno 2016, i contribuenti che hanno “scalato” dal reddito l’assegno versato all’ex coniuge sono stati quasi 137mila.

E’ bene chiarire che non in tutti i casi l’assegno verrà eliminato o ridotto; nei casi in cui l’ex coniuge assegnatario non sia economicamente indipendente, permane – giustamente – la natura assistenziale dell’assegno di divorzio. A tutela, ad esempio, di tutte quelle donne che dopo aver dedicato la vita alla famiglia rinunciando al lavoro, si trovano in difficoltà a reperire un’occupazione.

Sicurezza sul lavoro: investire sulla prevenzione è necessario

Quando si parla di sicurezza sul lavoro quasi automaticamente l’immagine evocata è quella di un cantiere, di un ponteggio o comunque di un infortunio derivante da una causa violenta (una ferita, una caduta, un’esplosione, ecc.). Al contrario di quel che si può immaginare, anche lavorare al chiuso, seduti alla scrivania, comporta dei rischi non irrilevanti (come, ad esempio, quello di urtare contro lo spigolo pericoloso di un mobile, cadere da una sedia, scivolare da una scala, assumere posture non corrette durante il lavoro o rimanere fulminati a causa di un impianto elettrico non a norma).

In realtà il tema della sicurezza sul luogo di lavoro abbraccia una serie di argomenti molto vasta, a cominciare dalle malattie professionali – delle quali si parla ancora troppo poco, se si pensa che nel 2016 le denunce di malattia sono state circa 60mila (dati Inail) – per passare alle opportune tutele assicurative e per finire con l’importanza della prevenzione.

Un giusto accento va posto sul costo sociale degli infortuni: oltre alle incommensurabili sofferenze che ne derivano alle vittime e alle loro famiglie, gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali hanno un’influenza negativa sull’efficienza e sulla produttività delle imprese. Inoltre comportano una ingente perdita economica per la società nel suo complesso e per gli enti di sicurezza sociale, dal momento che il costo dei sussidi di disabilità o delle pensioni erogati dai sistemi sanitari e assicurativi pubblici viene in definitiva sopportato dalla collettività.

Conoscere la disciplina che regola gli adempimenti in tema di sicurezza e formare il personale assume, quindi, rilevanza essenziale al fine di monitorare i rischi connessi alla propria attività specifica, prevenire il verificarsi di infortuni e malattie professionali ed evitare di trovarsi a gestire situazioni non solo spiacevoli, ma anche costose, quando ormai è troppo tardi.

Per maggiori informazioni sul workshop rivolto ad aziende e a professionisti, mirato ad individuare, in un’ottica preventiva, gli adempimenti in tema di sicurezza sul lavoro alla luce del Testo Unico Salute e Sicurezza: https://avvfedericabrondoni.com/i-corsi/

Le unioni civili e i contratti di lavoro

Succede che a volte la spinta progressista arriva da dove meno te lo aspetti.

E così, è dall’apparato statale – spesso tacciato di poca reattività di fronte ai cambiamenti sociali – che proviene un importante adattamento alla normativa introdotta dalla legge Cirinnà sulle Unioni Civili (Legge 20 maggio 2016, n. 76, pubblicata in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana il 21 maggio 2016).

Nella prima bozza della parte normativa del nuovo contratto per la Pubblica amministrazione centrale, presentata l’8 novembre scorso dall’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) ai sindacati, si prevede che i dipendenti pubblici uniti civilmente potranno usufruire di diritto dei 15 giorni di congedo «matrimoniale». In tal modo, da questo punto di vista, le unioni civili saranno parificate alle nozze per quanto attiene in generale alla concessione dei permessi familiari ed al rapporto di lavoro.

Nel testo della bozza si legge che “Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso di cui alla legge 76 del 2016, le disposizioni di cui al presente Ccnl che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, si applicano anche a ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

La discussione coi sindacati riguarda anche altre proposte, come quella avanzata da UIL in merito al diritto per la donne che hanno subito violenze di usufruire di tre mesi di aspettativa retribuiti (come prevede la legge), prevedendo un ulteriore periodo non retribuito per la lavoratrice che ne avesse necessità.

In caso di conversione della bozza in testo contratto collettivo nazionale, si assisterebbe ad una equiparazione con quanto già avviene nel settore privato sia per quanto concerne il congedo matrimoniale sia per quanto attiene al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso e del trattamento di fine rapporto che, come previsto dall’art. 1, comma 17 della Legge Cirinnà, in caso di morte del lavoratore, spettano di diritto alla persona a cui era unito/a civilmente.

Si ricorda, inoltre, che a tutti gli effetti, in caso di scioglimento dell’unione civile, come avviene in caso di divorzio, l’attribuzione del diritto all’assegno di mantenimento comporta, in assenza di matrimonio o di una nuova unione civile, il diritto per l’ex partner al pagamento del 40% del Trattamento di fine rapporto, maturato negli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con l’unione civile.

L’importanza di un buon contratto

La predisposizione di un buon testo contrattuale è un ottimo strumento per migliorare l’efficienza e l’operatività di qualsiasi azienda, grande o piccola, nonché degli studi professionali.

Per fare ciò è necessario rivolgersi ad un legale che abbia la competenza e l’esperienza per redigere un contratto che tuteli sotto ogni aspetto le esigenze del soggetto che ne usufruirà, sia in relazione ad un singolo affare sia in relazione a modelli di contratto base da utilizzare con più controparti o clienti.

Nei rapporti commerciali la redazione di un valido contratto può servire a mettersi al sicuro da svariati inconvenienti quali, ad esempio, il mancato/ritardato pagamento delle fatture, la mancata/ritardata consegna di merce, dispute sulla titolarità ed esclusività di proprietà intellettuali e know how, inefficienze nel ciclo produttivo o nella distribuzione. Sono numerose le questioni, anche complesse, che occorre affrontare nella regolamentazione dei rapporti con clienti e fornitori, fino ad arrivare a un contratto “su misura” che, prevenendo (seppure non eliminando del tutto) il rischio di conflitti, incide positivamente sulla redditività dell’azienda.

Per fare ciò, è necessario che l’avvocato analizzi e studi nello specifico, con l’aiuto dell’imprenditore e dei suoi ausiliari, non solo la politica aziendale ma anche i prodotti o i servizi stessi dell’impresa, nonché i sistemi di produzione, distribuzione, incasso pagamenti, ecc. Lo stesso dicasi per la formalizzazione dei rapporti di lavoro col personale interno o coi collaboratori esterni, che devono opportunamente essere disciplinati con l’intervento di un legale.

Affidarsi ad un professionista per la redazione dei contratti elimina i costi relativi alla successiva soluzione di problemi che dovessero insorgere nella loro esecuzione o interpretazione (ad esempio i costi di altri avvocati, commercialisti, notai, consulenti del lavoro) e le enormi difficoltà che possono derivare da un ipotetico contenzioso che, come noto, può paralizzare un incasso anche per anni.

Ne segue che rivolgersi ad un avvocato per tutelarsi nei rapporti contrattuali rappresenta un utile investimento che conduce ad ottimizzare il valore economico di qualsiasi attività imprenditoriale.