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Condotte Moleste

A volte capita di subire condotte moleste che scatenano in noi sentimenti negativi. Può apparire incredibile, ma le nostre risorse ci possono permettere di incanalare la rabbia e trasformarla in qualcosa di buono, addirittura di utile, come un bellissimo vaso di argilla…
Potete scoprire come nel workshop che terrò insieme alla criminologa Cristina Brondoni e all’artista mariangela zabatino a Milano, il 24 e 25 giugno. Vi aspettiamo 🙂

La riforma della responsabilità medica

Approvata da pochi giorni la riforma della responsabilità medica; il ddl Gelli è infatti stato trasformato in legge, in vigore dal 1 aprile 2017.

Scopo della riforma era evitare che la medicina assumesse un connotato “difensivo” a fronte della dalla miriade di cause risarcitorie di cui è stata oggetto – a volte a ragione, a volte con scopi speculativi – negli ultimi anni, il che aveva portato spesso i medici ad evitare interventi chirurgici o trattamenti non previsti dalle Linee Guida pur di evitare un possibile contenzioso in caso di conseguenze negative per il paziente.

Cosa cambia a livello pratico con la riforma? Innanzitutto, il testo normativo prevede che ora il medico che per imperizia provochi un danno ad un paziente non sia punibile penalmente nell’ipotesi in cui abbia rispettato le Linee Guida o le cosiddette buone pratiche assistenziali.

Muta anche il regime di responsabilità civile applicabile: extracontrattuale, nel caso del medico, e di tipo contrattuale per quanto riguarda la struttura ospedaliera. Nel primo caso, incomberà sul paziente che ritiene di aver subito il danno fornire la prova che il medico sia incorso in imperizia o negligenza. Nel secondo caso, spetterà all’ospedale dimostrare di essere esente da colpa.

La riforma prevede anche la possibilità di azione giudiziale diretta nei confronti della compagnia che assicura la struttura ospedaliera e/o il medico per la responsabilità civile.

Chi intenda esercitare in giudizio un’azione risarcitoria dovrà però preventivamente espletare, anche ai fini conciliativi, un procedimento di consulenza tecnica preventiva ai sensi dell’art. 696bis c.p.c. Trattasi di una vera e propria condizione di procedibilità, fatta salva la possibilità di esperire, in alternativa, il procedimento di mediazione ai sensi dell’articolo 5, comma 1-bis, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28.

Al di là della previsione della possibilità di sostituire la mediazione direttamente con un ATP (a vantaggio, anche in termini di tempo, dell’accertamento della responsabilità e dell’entità dei danni lamentati dal paziente da parte di un CTU), la nuova normativa non ha fatto altro che trasformare in legge ciò che la giurisprudenza e la prassi avevano già recepito da tempo. Mi riferisco, in particolare, alla responsabilità di tipo contrattuale imputabile alla struttura sanitaria e alla collegialità (ora prevista per legge) delle consulenze mediche d’ufficio, che in realtà, già per la maggior parte dei casi pratici portati nelle corti, vedevano l’intervento di specialisti ausiliari ad affiancare il medico legale nominato dal Giudice.

Facebook sul posto di lavoro

avv. Federica Brondoni

Nell’epoca dei social networks e dell’accesso ad internet da qualsiasi luogo tramite cellulare è sempre più diffusa l’abitudine dei prestatori di lavoro di connettersi, non necessariamente durante la pausa lavorativa. Se in alcuni casi è la policy aziendale a vietare apertamente tali comportamenti, laddove invece ciò non sia espressamente disciplinato il lavoratore si connette a proprio rischio e pericolo, e ciò è già stato oggetto di decisioni giurisprudenziali.

Già nel 2014 il Tribunale di Milano aveva classificato come legittimo il licenziamento per giusta causa di un lavoratore dipendente che nel proprio profilo di Facebook, privato ma accessibile a chiunque, aveva postato alcune fotografie che lo ritraevano in azienda, con commenti negativi e denigratori nei confronti del datore di lavoro.

Il lavoratore è tenuto ad un obbligo di fedeltà e diligenza che lo vincola ad astenersi da qualunque comportamento idoneo, anche potenzialmente, a compromettere il rapporto di fiducia instaurato con l’imprenditore.

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Facebook sul posto di lavoro

Nell’epoca dei social networks e dell’accesso ad internet da qualsiasi luogo tramite cellulare è sempre più diffusa l’abitudine dei prestatori di lavoro di connettersi, non necessariamente durante la pausa lavorativa. Se in alcuni casi è la policy aziendale a vietare apertamente tali comportamenti, laddove invece ciò non sia espressamente disciplinato il lavoratore si connette a proprio rischio e pericolo, e ciò è già stato oggetto di decisioni giurisprudenziali.

Già nel 2014 il Tribunale di Milano aveva classificato come legittimo il licenziamento per giusta causa di un lavoratore dipendente che nel proprio profilo di Facebook, privato ma accessibile a chiunque, aveva postato alcune fotografie che lo ritraevano in azienda, con commenti negativi e denigratori nei confronti del datore di lavoro.

Il lavoratore è tenuto ad un obbligo di fedeltà e diligenza che lo vincola ad astenersi da qualunque comportamento idoneo, anche potenzialmente, a compromettere il rapporto di fiducia instaurato con l’imprenditore.

Vi è da dire, però, che spesso è il datore di lavoro a ricorrere a Facebook al fine di effettuare indagini sui candidati in sede di selezione del personale. Anche per tale motivo occorre prestare molta attenzione a ciò che si condivide su Facebook o su qualsiasi altro social media. Secondo una recente ricerca, infatti, il 35% dei recruiters del mercato italiano ha ammesso “di aver escluso potenziali candidati dalla selezione in seguito alla pubblicazione di contenuti o foto improprie sui profili social”.

A volte, invece, il datore di lavoro utilizza i social networks per controllare l’operato dei lavoratori già assunti. Secondo la Cassazione (sent. n. 10955/2015) il datore di lavoro può spiare un dipendente su Facebook tramite un falso profilo se sospetta che quest’ultimo faccia uso del social network durante l’orario lavorativo, mettendo a repentaglio la sicurezza dell’azienda o danneggiandone, anche solo potenzialmente, il patrimonio.

Liti condominiali

Spesso, nella vita condominiale, ci si trova a fare i conti con situazioni non proprio idilliache, fatte di stendini coi panni esibiti in cortile, biciclette appoggiate ovunque, deiezioni di cani non raccolte, rumori e schiamazzi ad orari impossibili, bambini lasciati sfogare senza regole, ecc.

Le statistiche dicono che le liti condominiali rappresentano una parte assai rilevante dell’intero contenzioso civile in Italia. Secondo le associazioni degli amministratori di immobili in Italia, uno dei motivi più frequenti di liti tra vicini di casa è dato dai rumori molesti e dai cattivi odori che provengono dagli altri appartamenti (definiti giuridicamente “immissioni”), includendo lo spostamento di mobili in tarda ora, lo stereo tenuto a massimo volume, ma anche il semplice ticchettio dei tacchi delle scarpe da donna al piano di sopra.

Ma cosa dobbiamo fare se ci troviamo di fronte a comportamenti intollerabili? Innanzitutto è bene consultare il Regolamento condominiale (ogni edificio con più di dieci condomini è tenuto ad averne uno) e capire qual è il confine tra lecito e illecito nel nostro condominio: il semplice “fastidio” non basta a darci ragione. In ogni caso, prima di prendere qualsiasi iniziativa, il consiglio è quello di provare a parlare col nostro vicino, perché a volte la semplice comunicazione risolve i problemi e spesso si tende a dimenticarlo.

E se parlare non porta a nulla? Si scrive all’Amministratore del Condominio, chiedendogli di far rispettare il Regolamento. Non sempre ciò porta a risultati concreti, perché purtroppo molti amministratori vivono ancora la loro professione come un lavoro da ufficio e non “sul campo”.

Se nemmeno così si risolve il problema, non resta che rivolgersi ad un avvocato, che invierà al vicino molesto una diffida e, qualora nemmeno questo faccia cessare il comportamento molesto, instaurerà una causa. Non necessariamente davanti al Tribunale: parte delle liti condominiali sono di competenza del Giudice di Pace, ed in ogni caso tutte devono essere precedute da un tentativo di mediazione obbligatoria che, nelle intenzioni del nostro saggio Legislatore, dovrebbe rappresentare uno strumento di alleggerimento del contenzioso, avendo lo scopo di evitare una lite (in realtà, nel 2016 solo il 26% delle mediazioni ha portato ad un accordo tra i litiganti).

Il blog

Proporre opposizione ad una multa

E’ capitato a tutti, però, di ricevere una multa che riteniamo ingiusta. Che fare in questi casi?

Le alternative sono due:

1) proporre ricorso al Prefetto;

2) proporre ricorso al Giudice di Pace.

Ognuna delle due alternative presenta pregi e difetti. Innanzitutto, occorre attendere la notifica del verbale di infrazione presso la propria abitazione, solamente pieghevole cartaceo trovato sotto al tergicristallo non si può fare nulla…

L’opposizione al Prefetto deve essere spedita a mezzo raccomandata senza busta entro 60 gg. dalla notifica del verbale, tenendo conto che fa fede la data del vostro invio e non di ricezione all’Ufficio del Prefetto. Il ricorso è molto semplice nella redazione: si tratta di una lettera scritta (a mano o col computer) e firmata dal trasgressore in cui si espongono i motivi per cui si ritiene di non dover pagare la multa. Non si pagano bolli, non è necessario andare di persona all’Ufficio del Prefetto. Il Prefetto ha a propria disposizione ben 210 giorni  per rispondere e, in tale caso, di norma confermare la multa. Qualora non lo facesse (e spesso per motivi di carico di lavoro, non lo fa) la multa è da ritenere annullata per il principio del “silenzio-assenso”.

L’opposizione avanti al Giudice di Pace comporta, invece, la redazione di un vero e proprio ricorso (modelli prestampati sono reperibili su internet) da presentare in 5 copie cartacee presso la Cancelleria di tale Giudice entro 30 gg. dalla notifica del verbale di contestazione della multa presso l’abitazione di residenza. Al momento del deposito del ricorso è necessario versare un contributo unificato pari a 43,00 euro (per multe di valore fino a 1.033,00 euro). A seguito del deposito, il Giudice fissa un’udienza a cui è necessario che l’opponente sia personalmente presente. Un procedimento più oneroso sotto tanti punti di vista, quindi, che però ha un vantaggio: a tale udienza è possibile convincere il Giudice che delle motivazioni alla base dell’opposizione e ottenere così l’annullamento della multa. Il tutto, in questo caso, può essere ovviamente effettuato avvalendosi dell’assistenza (e della competenza) di un avvocato.